Anselmo Colzani

Biografia

Colzani ballo in mascheraI primi anni del dopoguerra furono, per il mondo della lirica, tempi duri, ma, nello stesso tempo, pionieristici, potremmo perfino dire eroici, e produssero, come spesso capita in periodi critici, uno straordinario numero di grandi e grandissimi talenti, destinati ad imporsi in tutto il mondo per il successivo trentennio.

Esponente di primo piano di questo fertile vivaio, Anselmo Colzani, nato il 28 marzo 1918 a Budrio (già culla di grandi voci come quella di Renata Mattioli e Ferruccio Mazzoli), arriva tuttavia al canto quasi per caso.
La voce c’è, il talento non manca così come gli incoraggiamenti degli amici. Ma c’è anche un lavoro, come tecnico specializzato nella riparazione di macchine per scrivere, una famiglia, una vita modesta, ma serena; perciò non è facile decidere di mettere a repentaglio tutto in una carriera aleatoria e, sul momento, ben poco redditizia.
Tuttavia persiste in lui un’irrequietudine, una curiosità, una spinta che lo porterà a cogliere il grande passo e ad abbracciare la dimensione del canto professionistico.
Anselmo Colzani decide comunque di studiare canto col basso Corrado Zimbelli e di mettersi in gioco. Prova a Bologna, in un ruolo secondario, ma vocalmente impegnativo, quello dell’Araldo nel Lohengrin di Wagner, dividendo il palco, durante quelle quattro recite, con un’altra debuttante: Renata Tebaldi (qui nel ruolo di Elsa) che entrerà presto nel firmamento della grandi voci della lirica.
E’, quella di Colzani, una voce che non può passare inosservata. Il Lohengrin di Bologna va in scena dal 5 al 13 novembre 1946 e già il 18 gennaio dell’anno seguente il baritono replica lo stesso ruolo in cinque recite al Teatro Comunale di Trieste.
Poi arriva la grande occasione: il Rigoletto, nel ruolo del protagonista. Si tratta di studiare e perfezionare l’opera nel giro di un mese.
Ebbene, ancora una volta Colzani prova, e così, il 21 giugno 1947, il Teatro Sociale di Voghera può fregiarsi di un altro dei suoi molti meriti: quello di tenerlo a battesimo, in uno dei più impegnativi ruoli baritonali, ed accanto a una primadonna come Lina Pagliughi, altra voce destinata ad una grande carriera internazionale.
Da quel momento, il giovane baritono che fino a pochi giorni prima aveva tranquillamente vissuto riparando macchine da scrivere – pare, con la stessa meticolosa perizia che caratterizzerà poi anche la sua nuova professione – compie una rapida ascesa verso la fama.
Le scritture non si fanno aspettare. Prima che termini quell’anno replicherà due volte Rigoletto, al Teatro Duse di Bologna e nella natia Budrio, e debutterà ben tre nuove opere, Cavalleria rusticana, Lucia di Lammermoor e La traviata.
Nell’estate del 1950 è la volta del Teatro Nuovo di Milano, dove porta in scena Rigoletto, Ballo in Maschera e Traviata, affermando ormai davanti ad un vasto pubblico le sue innegabili doti canore.
In quel periodo Colzani canta anche al Cairo e a Malta, le “piazze periferiche”, all’epoca, degli impresari italiani, senza però abbandonare la nostra penisola; da Bassano del Grappa a Matera, da Udine, a Biella, a Trapani, per non parlare delle località ancora oggi note come centri in cui si tenta di far sopravvivere la lirica, come Faenza, Lucca, Forlì, Como. Poi, naturalmente, ci sono anche i grandi teatri, le piazze di prestigio: il Petruzzelli di Bari, il Comunale di Bologna, il Regio di Parma, la Fenice di Venezia, il Comunale di Firenze. E, infine, la Scala.
Alla Scala, Colzani debutta nel 1952 con Cavalleria rusticana, chiamato a sostituire Gino Bechi nel ruolo di Alfio. Vi tornerà poi nel 1955, come protagonista della monumentale opera David di Darius Milhaud, un’autentica maratona che lo impegna in quasi tre ore di canto, ma che rappresenta senza dubbio un trampolino di lancio per la fase più prestigiosa della sua carriera.
In seguito, le sue presenze nel teatro milanese si moltiplicheranno: Troilo e Cressida di Walton, La traviata e Fedora accanto a Maria Callas, Sansone e Dalila, Lohengrin (nel ruolo di Telramondo, ora, e non più dell’Araldo!), La bohème, Carmen, e infine Falstaff, il difficile ruolo che Colzani affronta nella piena maturità, rendendo con profonda penetrazione psicologica il sottile equilibrio tra farsa e tragedia insito nell’ultimo grande personaggio verdiano.
Una seconda, determinante svolta nella vita artistica di Anselmo Colzani giunge nel 1960, con il debutto al Metropolitan di New York. Già in precedenza il baritono si era esibito in vari teatri americani ed aveva avuto contatti con il leggendario General Manager del teatro newyorkese Rudolf Bing, ma senza che ne nascesse una concreta collaborazione.
Ma con l’improvvisa scomparsa di Leonard Warren, grande baritono americano stroncato da un infarto sul palcoscenico del Met durante la sua performance ne La forza del destino, resta vacante il ruolo di protagonista del Simon Boccanegra, ed ecco che, a metà marzo, mentre il nostro baritono è impegnato con I puritani a Catania, arriva la convocazione.
Ancora una volta la scelta è rischiosa: Colzani non ha in repertorio il Simone, e ha tempi strettissimi per la preparazione; tempi che deve inoltre dividere con le tre recite di La forza del destino per rispettare l’impegno con il Carlo Felice di Genova.
Nonostante le complicazioni, il 7 aprile 1960, Anselmo Colzani debutta con grande successo sul palcoscenico del maggior teatro americano, e continuerà a calcarlo ininterrottamente fino al 1978. Diciotto anni in cui il baritono diventerà una delle colonne del Met, pur senza abbandonare le scene italiane ed europee, su cui continuerà ad apparire con costante regolarità, fino alla chiusura della sua carriera, che giungerà nel 1980, con un’ultima interpretazione di Tosca, a ben trentaquattro anni di distanza dal suo fortunato debutto wagneriano.
Unico rimpianto del cantante resta il fatto di non aver mai portato in scena Il Barbiere di Siviglia.
La sua splendida voce si spegne definitivamente a 87 anni, in una clinica milanese, il 19 Marzo 2006.

Tra i riconoscimenti: nel 1967 il Premio “Luigi Illica”; nel 1971, la nomina a Cavaliere Ufficiale della Repubblica Italiana per meriti artistici; ma il più speciale di tutti, per un baritono che è stato uno dei più grandi, è probabilmente la stella di Sceriffo Onorario conferitagli ad Atlanta nel 1961, onore che condivide, nientemeno, con Enrico Caruso.

Vocalità

Classe. Professionalità. Temperamento. Intelligenza. Intuito. Carisma.
Si potrebbe scomodare un vocabolario intero, tutto di parole assolutamente appropriate da attribuire ad Anselmo Colzani, e tuttavia ancora non si arriverebbe ad afferrare razionalmente l’ essenza dell’artista che è così facile “sentire” con il cuore, quando lo si ascolta.
La voce di Colzani, con il suo colore brunito, con la sua impressionante potenza difficilmente ripetibile è uno strumento grande, pieno, rotondo e sonoro, che egli presta ai suoi personaggi più truci come ai più insinuanti, ai più rozzi come ai più nobili con una duttilità che è frutto, da un lato, di una tecnica forse in gran parte istintiva, ma comunque sicura, e dall’altro di un’intelligenza, di una straordinaria curiosità intellettuale che lo porta a voler studiare, a voler capire “chi è” il personaggio, “perché” agisce in un certo modo, “come” si sviluppa la sua psicologia.
Alcuni dei personaggi fra i più compiutamente riusciti, i più caratterizzati del suo repertorio come Barnaba nella Gioconda, Jack Rance ne La fanciulla del West, Iago in Otello, Falstaff nell’opera omomima, sono stati diversificati a livello interpretativo da Colzani perché ha saputo comprenderli e presentarli come figure vive.
Lo scrupolo quotidiano, l’affinamento continuo delle sue interpretazioni, il costante sforzo di chiarezza di una dizione precisa, scandita, l’ausilio di uno strumento sincero come il registratore usato per ascoltarsi e riascoltarsi, per produrre un’autocritica utile al fine di un costante miglioramento: ecco gli elementi che fanno di lui un artista completo.
E’ anche in questa sua dimensione professionale, oltre che in quella vocale ed artistica, che Anselmo Colzani può, ancora oggi, considerarsi un maestro per i giovani che intraprendono la difficile, incerta, affascinante e magica strada del canto.

Anselmo Colzani nel ruolo di Amonasro in Aida, Arena di Verona, 1966

 

 

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